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29 junio 2010

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Acabo de leer uno sobre esta anotación. Viene de Jose R Pamies Boera, y dice: "A cualquier cosa le llaman "justicia". ¿O es que el apellido "bega" la define completamente? ¿Qué habrán hecho los belgas para merecer eso?"

Pues sí, pero en cierto modo es mejor guardar la compostura con quienes ofenden y calumnian. Tenía pensado poner algo de lo que Giuliano Ferrara (aún no católico) publica en Il Foglio, pero es mejor leerlo entero en italiano (no tengo tiempo para traducirlo), y está reservado para lectores de pago. Como he logrado los texto, los pongo a continuación. Quizá en un comentario le molestará menos que puesto en el cuerpo de la anotación.

27 de junio 2010: Chiesa, sventramenti in corso. La “trasparenza” in Belgio: caccia ai pedofili nelle tombe dei vescovi

Niente da fare. Le autorità ecclesiastiche responsabili e i laici liberali che dovrebbero avere a cuore la libertà della chiesa (come pegno generale delle autonomie civili) non vogliono capire che la “trasparenza”, cioè la resa senza condizioni alla ossessiva campagna secolarista sulla pedofilia del clero, genera le condizioni per un vulnus simbolico drammatico nel corpo dell’istituzione.

Avevamo appena finito di mettere in guardia tutti, ecco che in Belgio la casa del cardinale Godfried Danneels, primate emerito del Belgio e prelato di tendenza progressista, è stata bruscamente e brutalmente perquisita (lo sospettano di non avere denunciato per tempo il vescovo di Bruges dimissionario a gennaio con l’accusa di abusi su minori, Roger Vangheluwe); la sede della commissione di accertamento sui casi di pedofilia del clero, presieduta dal laico e psicologo infantile Peter Adriaenssens, è stata praticamente smantellata, con sequestri di documenti e violazioni della privacy di sospetti pedofili e di vittime dei presunti abusi; il collegio episcopale belga è stato trattenuto per molte ore in stato di fermo mentre era riunito; le tombe di uno dei padri teologici del Concilio Vaticano II, Léon-Joseph Suenens, e dell’arcivescovo Joseph-Ernest Van Roey sono state sventrate con il martello pneumatico alla ricerca di chissà quali documenti inquisitori: il tutto nel quadro di un’inchiesta tambureggiante che travolge e abroga il rapporto tra governo e autorità ecclesiastica, provoca finalmente lo stupore e il rincrescimento della segreteria di stato vaticana, ed è originata dalla delazione di un prete pensionato, Rik Devillé, che si dice araldo della “trasparenza” inascoltato dall’episcopato. Il nuovo primate e presidente della Conferenza episcopale belga, il conservatore André-Mutien Léonard, ha detto diplomaticamente che “la giustizia deve fare il suo corso”, ma ha anche osservato che erano scene degne del “Codice Da Vinci”.

Ma l’opinione ecclesiale e quella laica, compreso il quotidiano cattolico, Libre Belgique, sembrano intimidite e stregate dal teorema secolarista che sta a fondamento della campagna: il clero è in quanto tale responsabile di gravi delitti di natura pedofila, la chiesa li copre con il segreto nella sua “intimità” e “paternità” incompatibili con il funzionamento della giustizia civile, occorre rompere questa “omertà” e scovare le prove degli abusi in nome delle vittime, dovunque sia possibile e perfino scavando nelle tombe e nelle cattedrali. Una chiesa cattolica abbandonata senza serie difese, senza adeguata resistenza, all’iniziativa selvaggia di procuratori crociati e di delatori o avvocati non è una buona notizia per noi laici non laicisti. La chiesa deve essere considerata e rispettata come parte di un pluralismo delle libertà e autonomie istituzionali che è il succo di una società secolare non fanatizzata, impermeabile alla cialtroneria postgiacobina di certe ossessioni laiciste del nostro tempo. Speriamo che il Papa, i cardinali, i vescovi e i preti imparino a difendersi per difendere anche la nostra libertà dall’intolleranza travestita da fiaccola di giustizia.

Y también (28 junio 2010):
Concorso esterno in pedofilia: storie di ingiustizia secolarista

Il segretario di stato vaticano si è detto infine “sgomento” per il trattamento insolente e giuridicamente barbarico inflitto ai vescovi belgi da un procuratore brutalmente anticlericale, e dal governo che lo ha coperto con le parole di un primo ministro di sede vacante e di un ministro della giustizia in ozio politico postelettorale. Ha fatto bene a non dirsi “sorpreso”, perché non c’è nulla di cui sorprendersi: tutto era scritto da oltre dieci anni, da quando le forze secolariste hanno lanciato, dapprima negli Stati Uniti e poi in Europa, una vasta crociata “antipedofila” contro il clero cattolico, insomma contro quello scudo pastorale consacrato del popolo di Dio che è il nocciolo della vilipesa e odiata (anche dai suoi figli, specie dopo il Concilio Vaticano II) chiesa istituzione, della aborrita (fin dai tempi della Riforma) chiesa sacramentale. Gli ultimi obiettivi simbolici della crociata sono il Papa, il Collegio dei cardinali, i vescovi e la memoria: lo sventramento a colpi di martello pneumatico della tomba di Suenens, uno dei padri teologici progressisti del Concilio, la dice tutta, senza se e senza ma, sul predente stato di indifeso abbandono in cui giace la chiesa cattolica nell’Europa della grande apostasia.

Benedetto XVI ha giustamente detto che il nemico della chiesa di Cristo non è esterno ma interno, che il peccato si combatte con la penitenza, la sporcizia con l’espiazione riconciliante, e che il perdono non sostituisce la giustizia. E’ un discorso di fede, puro, disincarnato, che fa appello alla responsabilità personale di ciascun credente senza esentare alcuno dalla propria responsabilità civile. Il capo della chiesa, vicario, non poteva dir altro sotto questo delicato, decisivo profilo. Ma la chiesa cattolica è non solo metaforicamente anche nostra, dei non credenti, è un pezzo della società e della cultura universali, un soggetto autorevole, forte, dal magistero e dalla dottrina roboanti e intimissimi allo stesso grado, e il trattamento riservato alla chiesa, la sua libertà o la sua marginalizzazione ed esclusione, ci dice che cosa siamo diventati, ci deve spingere a pensare e ripensare il secolo, la laicità, la giustizia umana. La chiesa è vittima di un’aggressione, è accusata globalmente e nel suo vertice di “concorso esterno in reato di pedofilia”. La chiesa è trattata con la stessa sciagurata sciatteria con cui i procuratori d’assalto dell’antimafia trattano il cosiddetto “terzo livello” dei rapporti mafia-politica. La chiesa è degradata a “entità” di copertura del malaffare pedofilo da quel pm belga che ha sequestrato i vescovi e li ha tenuti per molte ore in stato di fermo, o ha fatto perquisire inutilmente (su delazione folle) le tombe di vecchi patriarchi della cattolicità belga.

Ma anche in tutti gli altri casi di inchieste governative, di iniziative d’accusa della società civile sponsorizzate dalla campagna tambureggiante dell’opinione pubblica, di qua e di là dall’Atlantico, nel mirino di tiro sta sempre l’istituzione, il suo modo di essere, la sua idea di paternità, di peccato, di pentimento, di destino e salvezza dell’anima sotto gli occhi di Dio. E con che metodi giuridici si combatte questa guerra di religione secolarista, all’insegna della più brutale volontà di scristianizzazione del mondo! I procuratori combattenti dell’anticlericalismo, gli avvocati delle famiglie delle vittime degli abusi, i media laicisti: nessuno si attiene alle regole dello stato di diritto, che prevedono la responsabilità personale nel crimine, una precisa definizione della fattispecie dei reati, una collocazione spaziotemporale dei fatti compatibile con l’accertamento della verità dibattimentale e processuale (qui cadono le leggi sulla prescrizione per casi di trenta, quarant’anni fa). Concorso esterno, favoreggiamento, complicità istituzionale: l’attacco è sempre stato ai vescovi, alle diocesi (specie le più ricche), e il metodo è quello di una giustizia fanatizzata, di un ordito politico con pretese di giacobinismo intollerante.

L’accertamento della verità non è minimamente in discussione. Travolte sono le mediazioni con lo stato, le commissioni bipartisan approntate con infinita buona volontà da diocesi e organi governativi (come la commissione diretta dallo psicologo infantile Peter Adriaenseens, e chissà che fine farà quella messa in piedi dal cardinale Schoenborn a Vienna). C’è da ripeterlo. La resa umile è cristiana, ma è forse cristiana e cattolica anche la resistenza. Per noi laici che amiamo nella libertà della chiesa le nostre stesse libertà dal fanatismo illiberale è così. Senza elevare un muro culturale e civile, che non significa e non deve significare impunità per i figli della chiesa caduti nel peccato e nel reato penale, non se ne esce. Per uscirne, con bestie come il giustizialismo anticlericale nella versione furibonda e fanatica della campagna sulla pedofilia, ci vuol altro che la sacra penitenza.


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